idf / AR - intervista alla direttrice artistica - Agriturismo Podere La Fornace

1. Una buona parte di una residenza d’artista, sovente, è data da ciò che si crea tra le interazioni con gli artisti e il luogo in cui si trovano a lavorare e anche dalle relazioni che si instaurano. Quindi, dicci come scegli gli artisti da invitare e nella fattispecie perché hai scelto proprio Luana Rigolli e Jessica Raimondi.                                                                                                                     In generale l’unica regola che mi sono data, nel metodo di selezione degli artisti, risponde a due punti: scegliere due artisti che abbiano linguaggi diversi, perché la diversità genera scambio ed evita ridondanze inutili, specie in un lasso di tempo ristretto come è quello delle residenze; scegliere artisti che possano davvero trovare giovamento da un’esperienza del genere. Questo lo dico senza presunzione ma con la cognizione del lavoro di ognuno, una sorta di pensiero che dice: ‘vediamo cosa ne viene fuori’. Ho conosciuto Luana due anni fa al Si Fest e mi ha da subito colpito la sua ricerca. Una ricerca documentaria molto lontana dal mio modo di fare fotografia ma dalla quale ne sono attratta, mi piace che affronti i suoi temi e soggetti da un punto di vista storico, lo trovo parallelo al mio lavoro che consiste, invece, nell’affrontare i miei temi dal punto di vista letterario/filosofico. Trovo anche splendido il modo in cui Luana dà a vedere i suoi soggetti attraverso un uso ineccepibile della composizione e lo trovo un bellissimo segno della sua formazione scientifica. È bello vedere come la propria formazione, seppure lontana dalla fotografia, intervenga, anche in modo ‘inconsapevole’, nelle attività del fotografo. Mi piace quello che dice Luana: ‘ero ingegnere civile ma con la fotografia, anziché intervenire sui luoghi li lascio così come sono’. Lo trovo un grande atto di umiltà, umana e professionale, sia che la si guardi dal punto di vista ingegneristico che da quello fotografico. Con Jessica, invece, ho fatto prima un percorso, del tutto casuale, di studio insieme, proprio grazie a Incontri di fotografia e ho scelto lei perché ha un modo di affrontare tematiche forti, come la memoria personale e collettiva, in modo lieve, anche a livello visivo. Trovo molto denso il suo voler significare i suoi progetti nella forma del libro. Mi piace il fatto che lavora a progetti a lungo termine, è un modo per masticare, digerire e restituire le proprie tematiche che esula molto dalla produzione mordi e fuggi odierna e si contrappone anche ad alcune forme di produzione tipiche della post-fotografia, grazie alla quale gli artisti attingono in modo meccanico ad archivi, anche digitali, infiniti quanto la Biblioteca di Babele; non è per forza un male, anzi, né questo vuole essere una critica, ma spesso le meccaniche intrinseche ad un modo di produzione ne implicano lo stesso uso e fruizione da parte degli artisti, quindi: velocità di reperimento, velocità di concepimento e creazione dell’opera, con un risultato che è prevalentemente meccanico, freddo. Invece io trovo molto interessante contrapporre, o per meglio dire, mischiare la poesia alla meta-fotografia, pur avendo di già un’implicazione, questa, fortemente filosofica e linguistica che è parte del processo stesso di produzione delle opere.

2. Al di à di quello che scoprirai sul posto, in questi mesi preparatori alla residenza, c’è qualcosa che è cambiato in te, non so, nel tuo approccio artistico, sulle tue conoscenze della Regione Umbria…Te lo chiedo proprio perché il concept delle residenze è ‘A/R’, inteso come andata e ritorno, implicante non solo un moto a luogo fisico ma anche figurato, quand’anche un’evoluzione auspicabile, dopo una residenza d’artista. Dunque, intanto, quali faglie pensi si siano mosse in te, che sei la direttrice artistica?La mia faglia ha generato un vero e proprio terremoto, nel senso che i miei presupposti per realizzare le residenze sono di ricreare le condizioni di lavoro che ho vissuto io, durante la mia residenza in Irlanda del Nord, quand’anche di potenziarle; condizioni che in Italia sono spesso precluse o non facili da raggiungere, quando esistenti. Quello che mi interessa è poter offrire anzitutto un’esperienza di lavoro e di scambio agli artisti ospitati. Tuttavia la mia esperienza con Luana e Jessica si sta mostrando un terremoto ‘buono’, vincente già prima di iniziare materialmente il periodo di ‘residenza a 3’ come l’hanno definita loro stesse, chiedendomi di mettermi in gioco e di rispondere a questa stessa intervista a cui io ho sottoposto loro (per l’ebook di fine residenza, N.D.R.), proprio perché siamo riuscite a creare un rapporto orizzontale e la creazione delle opere diventa co-creazione e la sincronia la fa da padrone. Tra l’altro entrambe, senza volerlo – ed è qui che entra in gioco la sincronicità – stanno per lavorare su tematiche nuove rispetto le loro consuete, che paradossalmente sono molto vicine, invece, alla mia poetica. E lo trovo meraviglioso. E queste intenzioni si stanno dimostrando vincenti anche perché in questi mesi preparatori e di scambio, ho sempre più capito che la prima ad ‘aver bisogno’ di questo scambio, sincero e che non guardi al tornaconto, ma che sia mosso dalla semplice voglia di condividere, sono io e che tutte noi, soprattutto dopo un anno di pandemia che ci ha costretto ad avere relazioni lavorative virtuali, non vediamo l’ora di vivere insieme questo periodo in un modo tutto nuovo: per me, perché ho l’opportunità di avere dei colleghi vicini, nella mia terra, per loro proprio per tutto ciò che si è generato e verrà a crearsi. Questa cosa mi conferma che, in generale, c’è bisogno di creare condizioni di lavoro simili, ne hanno bisogno gli artisti, ne hanno bisogno i contesti che li accolgono. Poi certo (se dovesse sembrare che mi stia sbrodolando me ne farò una sacrosanta ragione) capisco che ci sono persone che non reputano tutto questo importante, ma se gli dei ci assisteranno nel tempo, noi comunque, stiamo creando, delle narrazioni attraverso la fotografia d’autore della regione Umbria, da soli, con le nostre forze, delle narrazioni attraverso le quali promuovere non solo l’Agriturismo Podere La Fornace ma la regione tutta. Un’iniziativa privata ma che è a disposizioni anche delle istituzioni, qualora dovesse risultare di interesse, anche al di fuori dal contesto regionale. Dovessimo davvero riuscire, negli anni, in questa impresa, avremo una vera e propria collezione d’arte ed un racconto corale e d’autore della nostra Regione. Scusate se è poco.

3. Alla luce del paradigma pandemico che stiamo vivendo, dello stato in cui versa la società e del trattamento (non) riservato agli operanti della cultura e quindi anche agli artisti, com’è lavorare in queste condizioni e cosa auspichi per l’arte e la fotografia?  Per quello che mi riguarda lavorare in queste condizioni è uguale a prima. Non è che prima della pandemia avessi delle agevolazioni o fossi tenuta particolarmente in considerazione dallo Stato, come avviene in altri casi di libera professione (che comunque non è che siano chissà come contemplati). Pago tasse su tasse ma non ho ferie, né malattia, né in pandemia ho ricevuto paghette di vario tipo (che si sono dimostrate comunque non bastevoli per chi le ha ricevute). La fortuna di essere così ignorati è che si è liberi e indipendenti pertanto è stato un anno molto prolifico, a parte le mostre chiuse o rimandate. Penso che gli artisti sono fondamentali in questo momento di collasso, quasi più del solito, perché proprio per il loro spirito di adattamento e la libertà che hanno rispetto certi schemi, sono un grande esempio di uso del pensiero laterale, che insieme al potere immaginario, è un grande collante cognitivo, utile a superare momenti di crisi. Va da sé che gli artisti sono importanti proprio perché raccontano il reale, spesso lo anticipano, durando del tempo, quindi stando anche nell’atemporalità, sono essenziali per leggere il proprio tempo e porre quesiti e soluzioni (questo per chi ha bisogno di un certo determinismo nella vita). E’ curioso come cataloghiamo i nostri antenati preistorici in base alla loro capacità simbolica e artistica, esempi, questi, descritti come un indice di civiltà evolute, quando poi agli artisti non li consideriamo. Un grande esempio di schizzofrenia e ipocrisia. Quello che auspico per l’arte e la fotografia è l’abolizione di parte di questo sistema che risulta pigro, classista, elitario, accondiscendente, dove contano i soliti noti e gli ‘indipendenti’ proseguono a suon di ‘prima gli altri, io mi accodo’, dove i concorsi (per fare un esempio su tutti gli ambiti del sistema-fotografia) più che dei filtri sono dei buttafuori che controllano il cv-code e se sei Peppe Della Bassa non ti filano proprio, a costo di ri-selezionare vecchi partecipanti o far vincere nomi talmente importanti che chissà che bisogno avevano del premio. Per fare tutto questo, basterebbe evolvere il sistema concorsi-filtro, oppure basterebbe anche che questi filtri, invece che far passare gli ormai soliti noti, si armassero di coraggio e selezionassero Peppe Della Bassa.
Per la legge dei grandi numeri, oltre i soliti noti selezionati tra i candidati, deve esserci per forza un Peppe della Bassa, di talento ma senza amici. E i primi ad abbattere queste muraglie devono essere gli artisti, lavorando, però, con un’etica totalmente diversa. Penso che il sistema debba basarsi su di loro e non su quello che vogliono o decidono, i curatori, che sono utili e sacrosanti nel compito di analizzare ciò che accade, di studiarlo, e renderlo al pubblico. Onestamente sono proprio stufa di sentire questi qui che dicono che tipo di artisti bisogna essere nel terzo millennio, dovrebbero decidere gli artisti cosa devono essere e come dovrebbe essere il sistema e non subire questa scelta perché altrimenti non si fa carriera. Sono altresì stufa di sentire questi qui che parlano di quello che serve all’arte e poi ai concorsi vincono i loro artisti preferiti, guarda un po’. Intendiamoci, ci sono curatori validissimi quindi non sono i contenuti ma il come, alcuni, lavorano ad essere abominevole. Sarà ora che basta.

Ph.: ‘SLOW’ – vedute dei dintorni dell’Agriturismo Podere La Fornace, Valeria Pierini, 2020.

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